L’Ipotesi della Simulazione e il Concetto Stesso di Simulazione

DSC_0337

Tra le ipotesi più stravaganti tra quelle che solitamente vengono discusse dopo un paio di birre c’è certamente quella della simulazione.

Secondo l’ipotesi della simulazione se esistono civiltà sufficientemente avanzate da creare una simulazione della realtà completamente verosimile allora la nostra realtà potrebbe essere null’altro che una simulazione di una civiltà avanzata, a patto che almeno una civiltà non si sia autodistrutta prima di arrivare al livello necessario di sviluppo, e che esista almeno una di queste civiltà interessata a creare e mantenere un simile tipo di simulazione.

L’argomento il più delle volte affrontato in modo paradossale e scherzoso pone lateralmente la questione di cosa sia una simulazione.

Ho rintracciato la vecchia confezione del videogioco Balance of Power del 1985. A quei tempi i videogiochi venivano rilasciati corredati da corposi manuali cartacei, e nel caso di Balance of Power la stessa confezione è un libretto rilegato. A pagina 75 il creatore del videogioco si avventura nello spinoso concetto del realismo di una simulazione.

Secondo l’autore non ha senso paragonare una simulazione ad una foto, ovvero ad una riproduzione fedele della realtà, ma è più corretto paragonarla ad un dipinto, ovvero una raffigurazione enfatizzata della realtà: ogni simulazione dalla più semplice alla più accurata arriva a coprire ed enfatizzare solo una serie di aspetti della realtà, andando a creare delle meccaniche e inserendo dei dati misurabili per far funzionare questa macchina.

Partendo da questo concetto di simulazione quindi se andassimo a supporre che la nostra realtà sia in realtà una simulazione all’interno di un’altra realtà allora dovremmo per forza accettare che esista una realtà più complessa e diversamente enfatizzata rispetto alla nostra.

Ok: direi che 250 parole sull’ipotesi della simulazione sono il massimo contributo che si possa scrivere da sobrio.

Die Hard e le Presidenziali Americane

Die-Hard-With-a-Vengeance-Samuel-L.-Jackson-e-Bruce-Willis[1]
Nel 1995 usciva Die Hard. Il titolo originale di Die Hard è “Die Hard 3: with a Vengeance” ma in italia è uscito come “Die Hard: Duri a Morire”, perché il primo film della serie è stato chiamato “Trappola di Cristallo” secondo la moda italiana di adattare i titoli americani generici con elementi specifici della trama, stessa ragione per cui Die Hard 2 in italia si chiama “58 Minuti per Morire”.

Comunque, come stavo dicendo prima di infilarmi in questo sproloquio sulla lungimiranza dei distributori cinematografici italiani, nel 1995 usciva “Die Hard 3”. Die Hard 3 è quel film con Bruce Willis (quando ancora non faceva la pubblicità per i telefonini) per la terza volta nei panni di McClane, e Samuel Jackson reduce da Pulp Fiction nel ruolo dell’improbabile fortuita spalla.

Cosa c’entra Die Hard con le presidenziali americane? Ben poco in realtà, a parte per un curioso dettaglio: sia Donald Trump, che Hillary Clinton vengono citati all’interno dei dialoghi di questo film. Donald Trump viene citato come marito desiderato da una operatrice del 911, mentre Hillary Clinton viene citata come quarantaduesima presidente degli Stati Uniti, proprio in virtù del fatto che il quarantaduesimo presidente era il marito Bill (ed effettivamente McClain dirà, Hillary sarà la quarantatreesima).

Entrambi i candidati citati in un film di 20 anni fa: questo ci fa capire quanto i massimi livelli della politica americana siano in questo momento legati al passato. Obama è stato una parentesi di aria fresca, probabilmente come il primo Clinton, ma per il resto è facile vedere le famiglie di presidenti, o i vari vicepresidenti che successivamente corrono per la casa bianca.

Una politica che in qualche elezione è puro rinnovamento, e in qualche come questa è nostalgia del passato: Trump e Clinton sono entrambi dei personaggi figli degli anni ’90 e per quanto Trump voglia dare di se l’immagine del politico in discontinuità non si può ignorare che ha 70 anni e che in caso di vittoria sarebbe il più vecchio presidente eletto, superando anche Reagan.

Il paragone tra Trump e Reagan è abbastanza semplice, e soprattutto Trump adora che la gente lo accosti a Reagan, al quale ha anche rubato lo slogan “Make America Great Again”: entrambi hanno avuto una vita al di fuori della politica nei 30 anni precedenti alla candidatura, entrambi son stati personaggi pubblici e personaggi di spettacolo (Reagan attore cinematografico, Trump personaggio televisivo), entrambi sono hanno portato una proposta discontinua rispetto al partito repubblicano uscendo da una presidenza Democratica.

Ma se la società degli anni ’80 che Reagan aveva di fronte si trovava in una enorme transizione, forse la transizione che si trova ad affrontare Trump dopo 20 anni da Die Hard 3 è ancora più grossa: il mondo rispetto agli anni ’90 è radicalmente cambiato, il predominio economico americano è in discussione, l’Europa (e la Germania) unita sono comandano sia come produzione che come consumo, la Cina e l’India sono in un cammino di rinnovamento che coinvolge miliardi di persone, e tutto questo senza parlare della rivoluzione tecnologica che sta caratterizzando questi anni.

Per questo trovo abbastanza peculiare che dal lungo processo delle primarie i migliori candidati emersi siano entrambi radicati negli anni ’90, quasi come se la società trovandosi faccia a faccia con le sfide del presente si rifugi in un passato che non potrà mai tornare.

L’Ultimo Aggiornamento di Prison Architect

prison-architect-8[1]
Il 25 Settembre 2012 usciva la prima alpha di Prison Architect; il 6 Ottobre 2015 il gioco usciva nella sua versione completa, ovvero la 1.0; ieri 28 Agosto 2016 è stata rilasciata l’ultima versione, la 2.0.

Prison Architect è un simulatore di costruzione e gestione di un carcere, e anche un simulatore di evasione dalle carceri costruite da altri giocatori: il gioco è stato sviluppato nel corso di 5 anni e 12 mesi dalla Introversion Software, una piccolo studio indipendente che aveva avuto grande successo con alcuni giochi tra i quali Uplink e Darwinia, ma che si era trovata ad attraversare cattive acque nel tentativo di portare a termine il progetto Subversion, poi abbandonato.

Prison Architect è stato finanziato in prima battuta con dei pre ordini, e quindi attraverso un lungo processo di early access: il gioco nella sua versione iniziale era a malapena giocabile, ma da Settembre 2012 o Ottobre 2015 sono stati mano a mano aggiunti tutti gli aspetti che rendono Prison Architect un ottimo gioco. Gran parte del processo di sviluppo è stato influenzato dal feedback dei giocatori che mano a mano giocavano le varie versioni alpha rilasciate. Naturalmente anche dopo il completamento del gioco base gli sviluppatori hanno continuato ad aggiungere e migliorare le meccaniche per quasi un altro intero anno, il tutto sempre incluso nel prezzo originale.

Prison Architect è un ottimo esempio di come lo sviluppo dei videogiochi sia mutato in questi anni, ed è certamente un esempio positivo, purtroppo uno dei pochi. Non è infatti così comune che un gioco in early access esca ad un certo punto dalla fase di beta, e che allo stesso modo gli sviluppatori ad un certo punto riescano a sganciarsi. Questo perché il modello dell’early access è una spada a doppio taglio che rischia troppo spesso di legare gli sviluppatori ad un singolo progetto, e in molti casi a non riuscire a monetizzare questo progetto in altro modo se non il prezzo iniziale solitamente basso, e soggetto a sconti con il tempo.

Introversion ha dedicato quasi 6 anni allo stesso progetto, e per un gioco da 28€ ritengo sia uno sforzo enorme anche per uno studio piccolo: le due milioni di copie vendute dall’altra parte stanno a dimostrare come questo sforzo resti economicamente valido, anche se non paragonabile agli incassi dei giochi più grandi.

Ora Introversion si sposterà su un nuovo progetto e gli auguro di avere almeno lo stesso successo di Prison Architect.

Youtube al Bivio tra UGC e Televisione

Youtube si trova ad un bivio: da una parte ci sono i grossi network televisivi che hanno deciso di promuoversi attraverso youtube, e di integrare youtube nella loro transizione dal broadcast tradizionale ad internet; dall’altra parte ci sono gli youtubber piccoli o grossi che creano i loro contenuti.

I network sono pochi, ma i loro video sono sempre visti da milioni di persone; gli youtubber sono tantissimi, ma la maggior parte di loro parla con una utenza che è la nicchia di una nicchia e già 70.000 iscritti sono un enorme traguardo. I network sono enormi e lavorano sulla massa del pubblico: funzionano solo se c’è una massa li segue perché solo una massa può essere economicamente rilevante per il costo e la qualità del loro prodotto; dall’altra parte gli youtubber possono già cominciare a pensare di vivere dei propri video se sono in grado di monetizzare correttamente quella piccola nicchia di qualche migliaio di persone.

Questi due soggetti naturalmente hanno necessità e modi di operare opposti: le televisioni hanno a disposizione battaglioni di avvocati, e hanno anche una discreta capacità di lobby per ottenere delle leggi favorevoli da parte dei governi, e quindi possono impugnare a loro discrezione le leggi sul diritto d’autore; dall’altra parte gli youtubber in un modo o nell’altro hanno bisogno che ci siano leggi chiare che definiscano il fail use, e soprattutto non avendo un modello economico in grado di giustificare battaglioni di avvocati, hanno bisogno che youtube difenda la loro categoria.

Youtube nel mezzo sa che sia network che youtubber sono una componente fondamentale dei loro guadagni, e sa anche che quando perderà una di queste due componenti avrà molta difficoltà a mantenere una posizione dominante. In tutto questo Youtube sta cominciando a pensare di spostare il suo core business dalla pubblicità all’abbonamento rimanendo comunque sempre in un sistema misto in modo da garantirsi il maggior numero di spettatori, e i maggiori ritorni pubblicitari.

La questione è che gli interessi dei network e gli interessi degli youtubber più passa il tempo più collidono, quindi c’è da chiedersi per quanto tempo youtube potrà stare nel mezzo senza prendere posizione. Quello che è sicuro è che l’idea stessa di network televisivo sta rapidamente cambiando in questi anni.

Suicide Squad: Una recensione

suicide2[1]
Da quando DC ha reboottato l’universo per creare un universo condiviso simile a quello Marvel non penso abbia ancora azzeccato un film, e purtroppo Suicide Squad non fa eccezione.

Suicide Squad soffre esattamente di uno dei problemi di Batman v. Superman, ovvero troppi personaggi e troppi nuovi personaggi: il centro della scena è naturalmente dedicato a Deadshot e Harley Quinn, ma naturalmente la presenza del Joker è troppo ingombrante per essere ignorata, e anche gli altri eroi e malvagi hanno tutti una loro parte.

La prima parte del film è una lunga e necessaria introduzione a tutti i personaggi, mantenendo però celate le origin story, a parte per Harley Quinn (origin story classica: ovvero la dottoressa di Arkham che si innamora del suo paziente Joker). Anche l’origin story di Joker è celata, si sa solo che era ad Arkham probabilmente già catturato da Batman come si può intuire da Batman v. Superman.

Le mie aspettative erano per un film scanzonato con una banda di improbabili eroi, ovvero una sorta di Guardiani della Galassia in chiave DC. Il film prova ad essere questo solo a metà: la colonna sonora contenente una sorta di greatest hit di pezzoni degli ultimi 50 anni spinge certamente verso il lato leggero, e allo stesso modo la follia per nulla lucida di Harley Quinn puntano nella stessa direzione, ma al di fuori di questo la storia è seriosa come quelle degli altri titoli DC.

Il problema però è che la quantità di personaggi non permette di andare molto più lontani di una bozza, e in particolare il Joker seppur recitato magistralmente non funziona, perché è presente solo in funzione di Harley Quinn.

La parte di seguito contiene spoiler (clicca se vuoi leggere)

Spoiler

Il problema principale del film secondo me è che con un cast incredibile, e un insieme di personaggi potenzialmente perfetto si sono ridotti a fare un film di zombie. Immagino non sia semplice trovare un pretesto per far entrare in azione dei malvagi, ma mandarli in una città insieme a dei militari (che con un po’ di artiglieria sarebbero stati altrettanto efficaci) per combattere contro delle armate malvagie, ma vulnerabili alle munizioni, è completamente uno spreco. In particolare per il personaggio di Harley Quinn che non è esattamente un action hero.

[collapse]

Una ultima nota: non ho visto il film in inglese, ma avendo visto i trailer penso che quasi tutti i personaggi abbiano perso qualcosa con il doppiaggio, e anche qualche battuta non arriva a segno.

Al di la di questo quello che resta è una buona chimica tra gli attori, un Joker che per ora non ci ha detto niente ma che con una buona scrittura potrebbe darci delle soddisfazioni, e una Harley Quinn che speriamo di rivedere contro Batman.

Una sorta di ennesima occasione sprecata insomma, per una DC che deve decidere cosa fare da grande.