Della moderazione della comunicazione politica

I politici al giorno d’oggi comunicano troppo: Renzi ha una media di 2 Tweet al giorno, Salvini 9, Trump 12, e Beppe Grillo 24.

Un bombardamento costante di opinioni che, per forza di cosa, devono continuare ad alzare la posta per rimanere rilevanti: messaggi veloci praticamente privi di autocensura nella logica dell’urlare di più per portarsi a casa la vacca.

Ma non è sempre stato così.

Nell’89 l’allora presidente Bush (padre) scrisse una lettera a Donald Trump per congratularsi con lui dell’essere stato premiato come uomo dell’anno dalla Police Athletic League di New York. In quegli stessi giorni l’esuberante Donald Trump aveva comprato uno spazio pubblicitario a tutta pagina per chiedere la pena di morte in un caso di stupro di gruppo che si pensava essere stato perpetrato da un gruppo di neri e ispanici (dopo anni riconosciuti innocenti), e il presidente non l’aveva presa benissimo dato che quel particolare caso stava avendo una incredibile rilevanza mediatica.

Nella prima stesura della lettera Bush aveva inserito una velata critica al comportamento di Trump, ma nella versione finale questa critica gratuita viene eliminata (qui le due versioni).

Se la democrazia deve essere il posto dove le persone si uniscono, allora i politici devono capire che il loro ruolo non è quello di dividere la popolazione, scavare trincee, e fargli odiare l’avversario. A mio parere gran parte del problema odierno è dovuto alla sovraesposizione dei politici che li porta appunto per continuare ad essere rilevanti a dover continuare a dividere il mondo in più parti tra loro inconciliabili.

Sogno una nuova classe politica che possa lavorare senza dover per forza essere in costante campagna elettorale.