Il problema di Passengers

Passengers era stato definito come una delle più promettenti sceneggiature originali scritte negli ultimi anni nell’ambito della fantascienza. L’ho visto e non mi ha per nulla convinto.

L’idea centrale degli unici svegli su una barca automatica pesca da diverse ispirazioni, da Wall-E che a sua volta pesca dalla serie di Guida Galattica e in modo più laterale Starship Titanic.

La premessa della storia per quanto non estremamente originale è comunque buona, e la costruzione del mondo in cui questi umani viaggiano per decenni in ibernazioni è altrettanto ben fatta: buone anche le riflessioni sul senso della vita e della longevità sia sulla terra, che sulle colonie, che intrappolati su una nave per tutta la vita.

Buono anche il ragionamento sulla solitudine che traspare dal primo atto, forse un po’ lungo.

Possiamo anche salvare la storia d’amore del secondo, e l’idea stessa dell’amore che traspare da questo film, che però va molto vicino all’idea che chiunque sia l’anima gemella di chiunque date opportune circostante.

Il problema che invalida tutto il film è la meccanica con cui procede la storia: si tratta di una serie di ex machina (a partire da quello che avvia tutta la vicenda) che spingono avanti la storia in ogni momento in cui si blocca, e si spingono così oltre da risolvere e giustificare anche il dilemma morale del protagonista.

Da una parte vedo il problema sempre più comune del cercare di creare una trama più intricata del necessario, mentre dall’altro noto come proprio per evitare di far deragliare la trama ogni elemento viene costruito come un ingranaggio facendo scattare il successivo. Questo non è di per se male: il problema è che gli ingranaggi son ben visibili e quindi diventa particolarmente arduo sospendere l’incredulità.

Una delusione.