Mercati in Continua Evoluzione

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Dalla rivoluzione industriale ad oggi i sistemi di produzione e distribuzione delle merci sono cambiati più volte e con loro anche le nostre abitudini di consumo. In questo lungo periodo i mutamenti economici hanno dato vita a cicli di espansione e recessione sempre più rapidi nei quali vecchie aziende cadono per lasciare il posto a nuove aziende con una idea diversa.

Prendiamo l’industria dell’abbigliamento, una delle prime coinvolte dalla rivoluzione industriale e una di quelle che ha subito più variazioni negli anni. Prima dell’industria tutta la produzione dei vestiti era artigianale, dalla lavorazione, alla tessitura, alla sartoria: oggi tutti questi passaggi sono comunemente effettuati dall’industria.

Servivano molte persone per la raccolta del cotone, e gli Stati Uniti sono arrivati a dividersi per decidere se queste persone potessero o meno essere schiavi, ora – almeno negli Stati Uniti – la produzione del cotone è completamente automatizzata (in India invece la maggior parte del cotone è ancora raccolta a mano). Anche la filatura è passata dall’essere un comparto che impegnava migliaia di operai ad un’industria quasi completamente automatizzata.

Già solo queste due evoluzioni hanno fatto scendere il costo di produzione dei vestiti, ma dato che il mercato era abituato a pagare un certo prezzo la competizione ha spinto verso la pubblicità: la pubblicità nella moda inizialmente riguardava solo il comparto del lusso, ma nel dopoguerra con la crescente classe media, e i baby boomer la pubblicità è arrivata a coinvolgere tutti i giovani che hanno cominciato a pagare di più per un marchio. Parallelamente l’altra metà del mercato, quella che non può vantare particolari marchi, ha cercato di abbassare ulteriormente i costi di produzione andando a spostare la parte più costosa del lavoro, ovvero il confezionamento degli indumenti che è tutt’ora una attività che utilizza parecchio lavoro manuale, nei paesi dove la manodopera costa meno: nell’ordine Korea, poi Bangladesh, poi Cina e India, e Turchia. La possibilità di produrre dall’altra parte del mondo è stata resa possibile grazie alla rivoluzione che nel trasporto navale è stato il container.

Quindi siamo arrivati ad avere un mercato diviso tra abiti di marca e abiti “discount” entrambi prodotti negli stessi posti e negli stessi luoghi: ma con l’aumento dei luoghi di produzione a basso costo e l’aumento della produzione di cotone la corsa verso il basso non era più competitiva e quindi si è creato un mercato di marca a basso costo, il cosiddetto fast fashion (Zara e H&M).

I vestiti a basso costo sono stati, negli anni di crisi, uno dei pochi lussi che ci si poteva concedere, e per questa ragione gli armadi di molte persone si sono riempiti, svuotati, e riempiti di nuovo, con un sacco di vestiti che sono finiti donati ad enti caritatevoli.

Una volta vestiti tutti i poveri locali questa abbondanza di vestiti semi nuovi buttati via è stata spedita nei paesi in via di sviluppo, prevalentemente in Africa: qua ha creato un mercato secondario dove questi vestiti vengono acquistati a peso e venduti per pochi dollari. I mercanti si occupano di selezionare e assortire i negozi, e naturalmente sono nati molti lavori artigiani di sartoria per risistemare questi vestiti usati. Questo naturalmente però ha azzoppato la produzione di vestiti locali, e sta rallentando l’ingresso degli stessi marchi occidentali in molti mercati africani.

Questo equilibrio sta lentamente modificandosi di nuovo: vedremo come nel post di domani.