The Crown: La Prima Stagione

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The Crown è la nuova serie originale Netflix incentrata sulla vita della regina Elisabetta seconda.

L’opera per come è stata delineata è qualcosa di monumentale: una intera serie dedicata all’intera vita della regnante. Questa prima stagione è incentrata sul primo periodo del dopoguerra partendo dal matrimonio reale, passando quindi per la morte di Re Giorgio, l’incoronazione, e i primi anni del regno.

Si tratta di un periodo storico abbastanza ignorato, nel quale Churchill dopo aver perso le elezioni torna al potere e lo conserva ancora durante diversi anni della sua vecchiaia, e la vecchiaia dell’esecutivo britannico nel dopoguerra è uno dei temi centrali di The Crown. Per il resto la storia ruota attorno alle vicende note della famiglia reale, in particolare la storia d’amore tra la principessa Margaret e il colonnello Townsend, e la complessa relazione tra la Regina e suo marito Edoardo.

Gli obblighi di rappresentanza della corona si mischiano alle storie d’amore e alle vicende politiche, il tutto sullo sfondo dell’impero Britannico postbellico nella sua fase di declino. Gran parte della storia è scritta alla luce di quello che è avvenuto dopo, in particolare l’urgenza con cui viene sempre ribadito il ruolo unitario della corona è assolutamente figlia dei periodi di decolonizzazione e dei continui scandali che hanno colpito la corona fino a Lady Diana: nel modo in cui è trattata la storia d’amore tra Townsend è Margaret si nota chiaramente come gli sceneggiatori vogliano tracciare una linea di coerenza con le vicende successive.

Questa prima stagione è molto bella: dal punto di vista visuale costumi e fotografia fanno un buon lavoro, e le vicende romanzate al di sopra dei veri avvenimenti storici riescono a creare qualcosa in grado di intrattenere ed interessare ad un periodo storico abbastanza ignorato al di fuori del Regno Unito.

Tre Mesi di No Man’s Sky

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Sono passati 3 mesi dal rilascio di No Man’s Sky per PC: anche questo mese non c’è stata alcuna modifica al gioco, anche questo mese gli sviluppatori non si sono fatti sentire, ma anche questo mese ho abbastanza materiale per un articolo.

Cominciamo con le statistiche: copie vendute su Steam 796.000, giocatori nelle utile due settimane 4.9%, ovvero ancora dimezzato dallo scorso mese. Il prezzo non è ancora sceso, le recensioni invece si: 70% negative sul totale, e 91% negative sulle recensioni dell’ultimo mese, quindi tutto peggio del mese scorso.

Come dicevo in precedenza gli sviluppatori in generale e Sean Murray in particolare non si sono ancora fatti sentire con scuse, spiegazioni, o informazioni sugli (eventuali) futuri sviluppi del gioco. Però un giorno tutto ad un tratto il tweet che vedi nella foto qua sopra è comparso per qualche breve istante sulla pagina di Hello Games.

In seguito a quel messaggio si sono succedute una serie di email abbastanza assurde e contraddittorie, fino a quando Sean Murray si è svegliato ed ha affermato su Twitter che tutto era frutto di un hacker che era riuscito a mettere mano sul twitter aziendale, e apparentemente anche su alcune email. Si è trattato quindi di un hacker o di un esaurimento nervoso all’interno del team di sviluppo o dello stesso Murray. Se vogliamo credere a Murray che ha scherzato e minimizzato come di suo solito, ma non ha neppure alzato il telefono per confermare la sua storia ad un qualunque giornalista, allora diamo per buona la storia dell’hacker.

I riflettori non si sono ancora spenti su No Man’s Sky, e dalla parte di quelli che sono ancora appassionati del gioco – per lo più youtubber che avevano costruito il loro successo attorno allo sviluppo di questo gioco e che ora stanno cercando di contenere i danni mentre fanno ristrutturalo lo scopo del loro canale – c’è una sorta di fede disperata che prima o poi venga pubblicata una patch che renderà No Man’s Sky degno di essere giocato.

Questo mese la patch non è uscita, vediamo se arriva prima di Natale…

Le Regole del Combattimento Aereo: il Dicta Boelcke

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Tra le cose che ha lasciato in eredità Boelcke all’aviazione tedesca e mondiale la più importante è certamente l’insieme di 8 regole per vincere gli scontri aerei. Questi consigli sono certamente figli di un’epoca dove le armi avevano un corto raggio, i piloti non potevano coordinarsi via radio, e l’elettronica non esisteva: un’epoca dove il pilota contava molto di più dell’aereo rispetto a quanto accaduto successivamente.

1) Cercare di garantirsi una posizione migliore prima di attaccare. Se possibile, mantenere il sole alle spalle.
Il sole alle spalle è una costante della strategia militare, e questa regola non è distante da quelle utilizzati negli sconti navali, solo che in questo caso ci si muove su 3 dimensioni e non 2. Quindi la posizione favorevole è certamente quella a quota più alta: altezza = velocità.

2) Proseguire sempre con un attacco che avete cominciato.
Nei combattimenti non esiste ritirata: uno dei due aerei deve andare giù. L’atto stesso di ritirarsi è molto pericoloso perché espone la schiena all’avversario.

3) Aprire il fuoco solo a distanza ravvicinata, e solo quando l’avversario è esattamente sotto tiro.
Questo consiglio è ancora valido solo per il combattimento ravvicinato con le mitragliatrici: come abbiamo già detto nella prima guerra mondiale le armi erano parecchio imprecise, e il numero di munizioni caricato sugli aerei limitato, quindi era importante sparare per colpire e non saturare aree del cielo: a quello ci pensa la contraerea, se si è in campo favorevole.

4) Si dovrebbe sempre cercare di tenere d’occhio il tuo avversario, e mai lasciarsi ingannare dalle astuzie
Conoscere la propria posizione e la posizione dell’avversario è cruciale in un combattimento senza alcuno strumento a parte gli occhi. Questa è la lezione più difficile che si impara sui simulatori storici, continuare a tenere gli occhi sul nemico mentre si pilota.

5) In qualsiasi tipo di attacco, è essenziale attaccare l’avversario da dietro
Dato che occorre sparare a breve distanza, e che le armi sui caccia sono rivolte in avanti, la strategia base di combattimento non può essere altro che portarsi in coda all’avversario prima di sparare. Da questo principio base derivano tutte le manovre di combattimento.

6) Se il tuo avversario si tuffa su di te, non cercare di aggirare il suo attacco, ma attaccalo a tua volta
Il principio è sempre lo stesso: non mostrare la coda

7) Quando si è sulle linee nemiche, ricordarsi sempre la rotta per la ritirata
Anche questa è una lezione che si impara sui simulatori. Gli aerei della prima guerra mondiale non hanno molti strumenti per la navigazione, a malapena una bussola. Durante un combattimento aereo si cambia posizione di continuo ed è facile perdere la cognizione di quale sia la strada per tornare a casa. Per questo è importante sempre avere chiaro da che direzione si è arrivati, ed è cruciale sapere se ci si trova sopra le linee amiche o nemiche. Sembra una regola banale, ma posso garantire che non lo è.

8) Suggerimento per Squadroni: In linea di principio, è meglio attaccare in gruppi di quattro o sei. Quando la battaglia si frammenta in combattimenti individuali, attenzione a non concentrarsi in molti su un solo avversario.
Tutte le regole fin ora sono state rivolte alla singolar tenzone, che era effettivamente la norma nel primo periodo, ma con l’avanzare della guerra diventò invece norma volare in gruppo e scortare bombardieri e ricognitori. Per questa ragione arriva a sconsigliare le azioni individuali, introducendo il concetto che diverrà la base della superiorità aerea.

Come Obama ha Cambiato la Politica

Obama è venuto fuori dopo la presidenza Bush, che per molti americani è stata disastrosa: c’era una grande voglia di rivincita e di cambiamento. Change è stata la parola d’ordine della campagna di Obama, e il discorso fatto dopo la sconfitta nelle primarie del New Hampshire è quello che ha definito la sua campagna elettorale

Gennaio 2008: la crisi dei mutui era ancora nei radar solo degli addetti ai lavori, e pochi tra la gente comune si sarebbero aspettati il disastro che sarebbe avvenuto nelle economie occidentali da li a pochi mesi, e come quel disastro avrebbe contagiato il mondo negli anni successivi.

Il discorso di Obama quella sera parlava di un mondo migliore che sarebbe stato creato tramite una nuova maggioranza popolare che avrebbe ribaltato l’establishment, non l’establishment di Bush, ma l’establishment politico generale, la classe politica.

Questo tipo di mentalità risuonò così bene che Obama prima vinse le primarie, poi diventò Presidente degli Stati Uniti, ed in fine ricevette anche un premio Nobel per la pace sull’onda di questo nuovo modo positivo di fare politica, politica del popolo. Politica populista.

Poi arrivò la crisi e Obama con tutto il suo movimento di popolo, che comunque in termini assoluti era minoranza nel paese – come qualunque movimento politico – devono affrontare la terrificante realtà della periodica crisi sistematica del capitalismo. Ma qui dall’altra parte, dalla parte Repubblicana, nel pieno spirito della terza legge di Newton con gli stessi mezzi populistici ma con molto più odio in corpo cresce il movimento detto dei Tea Party, un movimento dal basso con controllori ben definiti che si impossessa del partito Repubblicano e riesce a far eleggere diversi dei suoi rappresentanti.

In Europa, a specchio dell’america son stati tanti i movimenti nati all’ombra dell’insegnamento di Obama, della sua personalizzazione della politica, e del suo accento sul movimento di popolo conto l’establishment. In italia certamente il Movimento a 5 Stelle viene fuori da quel tipo di idea, ma non dimentichiamoci che Matteo Renzi ha usato esattamente quel tipo di strategie per prendere il controllo del Partito Democratico.

Non nego che sia bello avere un Leader che parla bene e pensare che basta seguirlo per cambiare il mondo, ma questo ragionamento non funziona mai. Trump è stata la versione riveduta e corretta dei metodi usati da Obama, con frasi che facevano presa su una diversa porzione dell’elettorato, però i pifferai magici che ci infiammano il cuore con discorsi scritti su misura come quello di Obama qua sopra, o con frasi generiche di odio come le cose che farfuglia Trump non ci porteranno da nessuna parte.

Però purtroppo la maggioranza non vuole Hillary Clinton, non vuole Bersani, non vuole visioni moderate di governo inclusivo: la maggioranza vuole spaccare culi all’establishment e cambiare le cose, e per questo è disposta a seguire Grillo, come Sanders, Trump come Obama, Salvini come Farage. E dire che i Living Colour ci avevano avvisato parecchio tempo fa.

L’America di Trump

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Prendiamo come termine di paragone la densità di popolazione Italiana: 201 abitanti per Km2. Negli Stati Uniti solo New Jersey, Rhode Island, Massachusetts, Connecticut, e Maryland hanno densità di popolazione superiori a quelle italiane, mentre tutti gli altri stati – New York compreso – hanno densità più basse.

La Florida ha 146 abitanti per km2, meno del Friuli; la California ha 97 abitanti per km2, meno dell’umbria; il North Dacota 78, come il Trentino; il Texas 40, meno della Basilicata; New Mexico, South Dakota, North Dakota, Montana, Wyoming, e Alaska hanno tutte densità di popolazione inferiori alla Valdaosta.

Esistono due Stati Uniti: quello che vediamo in TV, ovvero quello delle città enormi con strade a 10 corsie, migliaia di abitanti spalla a spalla, enormi ghetti pieni dove le minoranze etniche si guardano in cagnesco come in Fa la cosa giusta. E poi c’è, in ogni singolo stato – New York e Calofornia compresi l’altra america, quella rurale quella che si vede raramente e quando si vede è solitamente oggetto di scherno.

Principalmente è questa seconda america che conosciamo poco, ma che possiamo immaginare pensando alle parti rurali del nostro paese, quella che ha votato per Trump.

Facile capire come le aspettative di chi vive in enormi città e quelle di chi vive in un piccolo centro siano molto diverse, e che il ruolo del governo centrale è meno sentito più ci si sposta in provincia (pensiamo alla Lega Nord).

Questa è l’America di Trump, quella che non si lascia fotografare nei sondaggi, quella che vuole un governo che non si immischi nei suoi affari, quello che ha paura che arrivi qualcuno da Washington a prendere le sue armi.

Il sistema elettorale americano – per evitare che siano solo le città a comandare – da un po’ più di potere agli stati rurali, senza che questo sia naturalmente antidemocratico: Trump ha capito come e dove fare leva, la Clinton no e ha perso.

Benvenuti nell’America di Trump.