25 Anni dalla Morte di Freddie Mercury

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Son già passati 25 anni dalla morte di Freddie Mercury, voce eccezionale, icona degli anni ’80, personaggio indubbiamente eclettico.

Per quelli della mia generazione i Queen sono stati l’iniziazione alla musica: Live Aid quando hai 4 anni, Kind of Magic che esce quando hai 5 anni, il concerto di Wembley l’anno dopo (che arriva in cassetta però solo nei primi ’90). I Queen era la musica che sentivi alla radio, quella che mettevano come sottofondo in TV, quella che l’hip hop avrebbe saccheggiato per 5 anni buoni; Freddie era la colonna sonora di film, da Flash Gordon a Highlander; Freddie era la canzone di Barcellona 1992; I Queen sono la canzone che si suona sempre e comunque ad ogni vittoria.

Voce eccezionale, stile misto tra rock, ed elettronica, con richiami alla musica classica.

E poi le vicende personali di Freddie Mercury, e la sua morte di AIDS, una malattia che a malapena si teneva in considerazione e che avrebbe contribuito a dare la forma degli anni ’90.

Incredibile come quel momento preciso della musica pop degli anni 70 – 80 sia ancora vivo in tutti noi.

Il Giornalismo è Morto e Nulla lo Sostituisce

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Ieri dicevamo come sia facile incappare nelle bufale su internet, e come oramai i giornali non siano più una fonte necessariamente autorevole di notizie.

La fine della carta stampata è una questione dibattuta da almeno 15 anni, ma penso che finalmente siamo arrivati a vedere le conseguenze: un giornale cartaceo sta in piedi principalmente su due pilastri: le copie vendute e la pubblicità. La pubblicità è in realtà in particolare è da dove vengono i soldi, naturalmente sempre in maniera commisurata alle copie circolanti e alle demografiche dei lettori.

I media tradizionali hanno sempre avuto un rapporto esclusivo con la pubblicità, dovuto alla scarsità: ci sono pochi quotidiani in grado di coprire una intera nazione, e anche il mercato della cronaca locale è autolimitante dato che il costo per aprire creare un quotidiano cartaceo, stamparlo, e distribuirlo non è esattamente irrisorio, come ben sanno tutti quelli che nella loro vita hanno avuto a che fare in qualche modo con un qualunque esperimento di stampa alternativa, fosse anche il giornalino parrocchiale.

Da quando Internet ha cominciato ad imporsi sono successe due cose: per prima cosa chiunque può con una cifra irrisoria, quando non gratuitamente, aprire un sito o uno spazio su internet e pubblicarci quello che vuole, rendendolo potenzialmente disponibile a tutte le persone con accesso internet. Sembra un concetto banale, ma prova a raffrontarlo con una radio, una tv, o un giornale cartaceo: per questi mezzi tradizionali il solo avere acceso potenziale verso un ampio numero di persone è un costo, e quindi un limite alla concorrenza; l’articolo che stai leggendo, come un qualunque messaggio che lasci su Twitter può essere potenzialmente visto da chiunque nel mondo, quindi la concorrenza è automaticamente elevata all’infinito.

Quando i giornali hanno perso la loro posizione di gate keeper dell’informazione è normale che la pubblicità abbia cominciato gradualmente a spostarsi sui nuovi media: la pubblicità online può essere molto più precisa, ed estremamente più personalizzata rispetto a quella che si stampa in massa sulla carta. Certo la pubblicità online può anche essere il più delle volte evitata, mentre quella cartacea al massimo la si può ignorare.

Con la riduzione degli introiti pubblicitari, e la riduzione delle copie circolanti anche i giornali hanno dovuto spostarsi su internet, e oramai non penso esista un quotidiano che non tratti la redazione online in modo centrale al suo business. Una redazione di un quotidiano online però non funziona con le logiche di una redazione tradizionale, ovvero una che deve riempire un giornale di notizie del giorno prima, ma deve riempire uno spazio potenzialmente infinito di notizie in tempo reale: la velocità è cruciale, ed è cruciale anche mantenere l’attenzione dei lettori.

Mantenere l’attenzione dei lettori è molto difficile se questi lettori sono su internet per svagarsi, ed è per questo che ogni testata online è pieno di notizie di gossip, gattini, e donne seminude. Ma quello è solo uno degli aspetti: se il gossip fosse marginale e limitato ad una parte per raccogliere click e vendere pubblicità il tutto andrebbe bene, ma purtroppo la stessa logica si applica alle notizie “serie” e – soprattutto nella politica – il tutto tende ad assumere connotati sportivi con notizie esagerate, e inutile gossip del politico che dice questo per rispondere all’altro politico che dice quest’altro.

In questa situazione quindi abbiamo budget e tempo ridotti, attenzione ridotta, e in generale la paura che può avere un editore che sta vedendo il suo mondo finire e non ha ancora capito come riciclarsi nel nuovo corso: quindi è chiaro che il anche i giornali si trovano a pubblicare enormi bufale, ad accontentarsi di visioni parziali, a riempire le pagine di comunicati stampa a malapena riscritti, a non mandare in giro cronisti ma ad affidarsi a quando letto in rete, a ripubblicare le agenzie di stampa senza approfondire le notizie, a creare gallerie di foto di stock.

E purtroppo in questo momento non c’è un sostituto affidabile alla stampa tradizionale: per informarci siamo costretti a navigare a vista e a fare il lavoro dei giornalisti nello stabilire quanto sia vero, quanto sia falso, e quanto sia esagerato: dobbiamo cercare noi stessi le due facce della medaglia. Questo anche perché non diamo valore all’informazione: ci aspettiamo che le informazioni siano gratuite, supportate dalla pubblicità per prodotti che non compriamo; ci aspettiamo anche che lo stato non finanzi la stampa con i soldi delle tasse perché non la riteniamo di interesse pubblico.

E alla fine ci va bene così, fino a quando l’opinione pubblica sarà completamente convinta delle clamorose balle che chiunque – me compreso – può pubblicare sulla rete.

Prima di condividere…

Quando non c’erano i social network e più o meno il mio unico spazio di espressione pubblica online era questo blog allora era facile che la notizia che pubblicavo ogni giorno era sufficientemente controllata, e in molti casi adeguatamente contrappesata: non voglio dire che come blogger facessi il lavoro proprio dei giornalisti ma mi piace pensare che nel mio vecchio archivio (ora offline) e nell’attuale archivio di pochi mesi ci siano poche enormi bufale e molti fatti che – per quanto sempre raccontati dal mio punto di vista – corrispondano a fatti verificabili, reali, accettati e appurati.

Mano a mano che si sono diffusi i social network il pubblicare notizie in modo amatoriale su internet non è stato solo dominio dei blogger ma si è esteso più o meno a chiunque. Non solo: se un blogger scriveva meditando un articolo al giorno, lo stesso blogger su un social network può condividere quasi senza pensare una notizia.

Ma se si evita di pensare allora si delega la verità, e gran parte del punto di vista a chi questa notizia l’ha pubblicata, e quindi bisognerebbe affidarsi solo a fonti solide.

L’altro giorno ho ripubblicato e condiviso su Facebook dandola per buona l’intervista satirica a Trump fatta dall HP e sbattuta in prima pagina da Repubblica: l’ho fatto dopo aver letto la notizia su repubblica, essere andato sull’HP, aver letto l’intervista e non aver intuito che il contenuto della stessa voleva essere parodistico. Da una parte il personaggio si presta, dall’altra la satira dell’HP non era così evidente anche guardando l’autore, e soprattutto era in prima pagina a quello che si ritiene essere uno dei principali quotidiani nazionali.

Le bufale su internet sono un problema: la quasi totalità può essere evitata con un minimo di testa, per le alte ci vuole un po’ più di ragionamento, e altre ancora son sviste colossali ma se non possiamo più fidarci neppure del giornalismo tradizionale allora abbiamo un problema. Della fine del giornalismo ne parliamo domani, ma per oggi limitiamoci a stare attenti a quello che condividiamo

Quick, draw: scarabocchi per intelligenze artificiali

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Quick, Draw è un esperimento di Google dove si collabora con una intelligenza artificiale basata su rete neurale cercando di fargli indovinare una parola semplicemente disegnando. Il tempo è limitato e per forza di cose il disegno deve essere ridotto all’osso. Rimane incredibile il numero di volte in cui l’IA riesce ad indovinare il nostro disegno anche se questo è estremamente impreciso o semplicemente mal fatto perché usiamo il mouse e non sappiamo disegnare.

Ecco come funziona

Naturalmente la IA non è addestrata per riconoscere qualsiasi forma esistente, ma ha un vocabolario di figure conosciute abbastanza esteso (anche se dopo una decina di partite le parole cominciano a ripetersi).

Addestrare le macchine a riconoscere forme e schemi è un passaggio importante per l’analisi delle immagini, l’interfaccia uomo-macchina, e anche in una forma più avanzata la simulazione del pensiero.