Lo Spirito Olimpico

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Nella notte tra Venerdì e Sabato sono iniziate a Rio le Olimpiadi.

Qualche anno fa spendevo parte delle mie vacanze estive viaggiando nei paesi dell’est europa con la Caritas per fare l’animatore insieme ad alcuni ragazzi del posto: sia in Ucraina che in Moldova mi son trovato in piccoli villaggi rurali di quelli con le case piccole, le strade polverose, e l’acqua dai pozzi.

In entrambe queste esperienze quando si è trattato di organizzare dei giochi semplici da spiegare attraverso il muro linguistico che gli animatori italiani trovavano con le lingue locali abbiamo optato per organizzare una piccola olimpiade.

Le Olimpiadi sono uno dei pochi eventi che uniscono il mondo sotto una unica bandiera bianca a cinque cerchi, e ad ogni edizione riescono a rompere diversi muri, quali ad esempio aver donne atlete in ogni paese del mondo (quando non le avevamo neppure un secolo fa in Europa). La competizione è certamente una parte importante, ed è bello vedere un record del mondo essere infranto, ma ancora più importante è come queste gare siano per gli atleti che vi partecipano molto diverse. Ci sono atleti favoriti che devono rischiare il tutto per tutto, e magari perdono per un evento del fato avverso; ci sono gli importanti secondi posti dietro ad un primo sovrumano; ci sono gli sfavoriti che arrivano ad una medaglia; e poi ci sono tutti gli altri, quelli che semplicemente partecipano.

Tra quelli che semplicemente partecipano c’è il proprietario del cancello nella foto qua sopra: quel cancello è davanti ad una delle piccole case rurali in Moldavia, e il suo abitante aveva corso la maratona a Mosca. Questo è lo spirito Olimpico: qualcosa che ti porti dentro tutta la vita anche se solo hai partecipato.

La Fine del Mainstream

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Ieri abbiamo visto come i media di cui fruiamo stanno passando da una forma sincrona di massa, ad una forma asincrona che favorisce le nicchie, questo inevitabilmente sta portando a ridefinire il concetto di mainstream e di maggioranza. Se pensi ad una “maggioranza” raramente oggi starai pensando ad un gruppo più ampio del 30%/40%. Ad esempio possiamo vedere quanti sono gli italiani che guardano almeno un telegiornale e son al massimo un terzo della popolazione, e questo numero è in rapida diminuzione come è in diminuzione il numero delle persone che guarda la televisione ogni giorno, e all’interno di questi è in diminuzione il numero di persone che guarda prevalentemente le 8 reti generaliste.

Se guardiamo al cinema i grandi successi di “massa” sono i film ispirati ai fumetti DC e Marvel, o i film di Guerre Stellari, e Star Trek: ovvero tutte cose che fino agli anni ’90 non solo erano considerate di nicchia, ma erano anche di una nicchia parecchio nerd.

Anche la musica non ci regala più tanti dischi di platino, e neppure dei veri e propri successi dell’estate: anche l’hit parade non è più dominante in quello che ascoltiamo, dato che oramai possiamo cercare tutti il nostro piccolo artista semisconosciuto da ascoltare: io ad esempio ora sto ascoltando la colonna sonora di un videogioco della Paradox.

Anche nei videogiochi certamente ci sono titoli AAA che vendono centinaia di volte più degli altri, ma la coda lunga dei giocatori è sparpagliata su migliaia di piccoli titoli indipendenti ed è facile che in determinati contesti un gioco come Undertale abbia molto più successo dell’ennesimo Call Of Duty.

Anche il nostro modo di vestire è cambiato: negli anni ’80 e ’90 se non si era parte di una cultura “alternativa” il nostro vestiario era quasi sempre legato ad alcuni modelli semplici e ad un numero ristretto di marche, e si portavano vestiti di marca; oggi il fast fashion di Zara e H&M ci propone vestiti diversi ogni settimana, con stili completamente diversi, quindi è molto facile scegliere cosa indossare senza per forza rifarsi ad una sottocultura specifica.

L’aumento dell’offerta, e la personalizzazione dell’offerta hanno invaso tutti i possibili ambiti di quello che consumiamo, dai media, ai vestiti, al cibo.

Penso che già oggi sia impossibile definire cosa è mainstream, perché anche il mainstream è una nicchia. Quindi possiamo solo descrivere se la nostra particolare nicchia è più o meno grande, ma dovremo rassegnarci a vivere in un mondo sempre meno omologato.

On Demand vs. Palinsesto

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Come è possibile che oggi sopravvivano ancora le televisioni con palinsesto se abbiamo Youtube e Netflix? Come possono essere ancora ascoltate le radio in diretta se possiamo avere tutta la musica che vogliamo attraverso Spotify, e i programmi radiofonici attraverso i Podcast?

Il palinsesto è una diretta conseguenza del metodo di trasmissione uno a molti proprio della radio e della televisione, e che quindi ha accompagnato tutte le persone attualmente vive su questo pianeta per tutta la loro vita: probabilmente è questo senso di familiarità con il concetto di accendere la tv, o radio e fruire quello che c’è in onda in questo momento che lo rende ancora tutt’oggi di successo e quasi insostituibile.

Internet naturalmente ha cambiato questo paradigma: internet permette una comunicazione client – server dove il server a differenza di una emittente può fornire qualunque contenuto come e quando si vuole, e il client può fruire di questo contenuto in streaming oppure può scaricarlo e fruirne online successivamente.

Se volessi creare una “televisione” tematica senza eventi in diretta – come potrebbe essere Real Time o DMAX – se decidessi per il metodo asincrono non dovrei preoccuparmi di come riempire un palinsesto di 24 ore con una manciata di programmi, ma semplicemente metterei tutto il catalogo sempre disponibile online per essere fruito dagli utenti come e quando meglio si crede.

Non dovendo per forza riempire un palinsesto potrei concentrarmi sul produrre solo i programmi di punta sapendo che i miei telespettatori potranno guardarli nel momento della giornata che preferiscono, ed è esattamente questo vantaggio di non dover riempire per forza un palinsesto che permette a Netflix e ad altri servizi on demand di produrre serie televisive di alta qualità.

Mano a mano che le generazioni native digitali prenderanno il sopravvento, e mano a mano che le connessioni ad alta velocità si diffonderanno mi immagino che i palinsesti e il telecomando diventeranno un ricordo del passato, fino a quando arriveremo ad avere una fruizione dei media completamente on demand e di conseguenza incredibilmente più frammentaria e personalizzata di quella odierna, e arriveremo alla fine del mainstream.

No Man’s Sky Jump the Gun

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Raramente l’aspettativa riguardo un gioco non ancora uscito arriva ai livelli di No Man’s Sky.

No Man’s Sky, per chi non lo conoscesse, è un gioco di esplorazione spaziale e sopravvivenza ambientato in un universo con un numero astronomico di pianeti completamente esplorabili; il tutto naturalmente funziona perché all’interno del gioco è creato proceduralmente, ovvero sia i pianeti che gli animali e le piante che li popolano sono generati da un algoritmo.

La promessa di esplorazione infinita e la scarsità di informazioni riguardo al gameplay hanno completamente fatto impazzire gran parte della comunità interessata a questo titolo: è infatti facile trovare centinaia di articoli e video di indiscrezioni, speculazioni, aspettative, e sogni che inevitabilmente saranno duramente infranti dai limiti reali di un videogioco nel 2016.

Gli universi procedurali sono quasi sempre più affascinanti da spiegare che da vivere perché per quanto l’algoritmo possa essere complesso il numero di blocchi che combina è finito, e sono finite anche le combinazioni che hanno un senso. Per questa ragione è abbastanza semplice creare proceduralmente degli ambienti naturali, anche sensati e affascinanti, ma è molto più complesso creare delle città realistiche se visitate in prima persona. Devo ancora vedere un mondo procedurale che sia più interessante da visitare rispetto al mondo di gioco di un qualunque Grand Theft Auto.

In ogni caso: No Man’s Sky uscirà ufficialmente il prossimo 9 Agosto, ma dato che le copie su disco per Playstation sono già state distribuite, e in qualche caso esposte, è facile immaginare come non sia impossibile ottenerne una “caduta dal camion”, o anche venduta dal commesso non particolarmente attento alle date di pubblicazione dei giochi in Walmart della America remota.

Ed è per questo che da un paio di giorni il gioco più segreto (a detta dell’autore “per non rovinare la sorpresa”) sta comparendo un po’ ovunque sia su Twitch che sui siti di video, dove però viene rapidamente rimosso.

Quindi con qualche giorno di anticipo cominciano ad infrangersi i sogni e le aspettative generati dall’hype incontrollato.

Anche tu stai aspettando No Man’s Sky? Hai atteso altri giochi che poi si son rivelati al di sotto delle aspettative magiche dell’hype?

Un Blog ai Tempi di Facebook

Ha senso oggi curare un blog personale? Probabilmente no.

Prima dei social networks i blog erano uno dei pochi modi realmente personali per comunicare con il mondo: c’erano naturalmente forum, chat, e newsgroup ma erano tutti strumenti comunitari. Il blog era il primo strumento che metteva l’autore, e non la comunità, al centro.

Un blog personale, esattamente come un sito personale, nasce con l’idea di essere un diario pubblico al quale affidare i propri pensieri, i propri ricordi, le proprie idee, e perché no le proprie foto. Non tutti quelli che oggi scrivono con disinvoltura i fatti loro su Facebook 10 anni fa avevano un blog, anzi, i blogger erano pochi. Scrivere su un blog non era facile come scrivere su un social network: probabilmente la grossa differenza era l’idea che quelle pagine fossero veramente tue, e non di Zuckerberg, e quindi c’era la tendenza a curare particolarmente le idee che si scrivevano, e anche se a volte ci si poteva limitare a condividere qualcosa fatto da altri, certamente non era un evento così frequente come i meme su Facebook.

I social media moderni, come i social media che esistevano prima dei blog sono fatti per la comunità: le comunità di forum e simili son veri e propri gruppi, mentre quelle di Facebook o Twitter son curate dallo stesso utente che sceglie chi e cosa seguire, ma comunque tutto si perde e si mescola.

Il blog personale resta sempre in mano all’autore, ed è l’autore al centro. Per questa ragione penso che anche oggi tenere un blog personale – pur utilizzando i social per diffonderne i contenuti – abbia ancora un senso.

Tu cosa ne pensi? I blog personali hanno ancora il loro spazio o è meglio se ci spostiamo tutti sui social?