Verso il Referendum: Soppressione del CNEL

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Foto di Carlomorino

Il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) è un organo previsto in costituzione dall’articolo 99 della costituzione. Fondato nel 1957 la sua idea originaria doveva essere quella di fornire una visione tecnica delle questioni economiche e di lavoro in modo da poter supportare una collaborazione tra le visioni politiche radicalmente opposte dell’italia del dopoguerra.

In tutta la sua storia il CNEL non ha mai realmente funzionato, e non è mai stato preso in considerazione per il suo ruolo teorico. Andreotti nel ’77 ha provato ad assegnargli il compito di “autoriformarsi” in qualcosa di più utile o rappresentativo, e anche più di recente si è pensato di farlo diventare una sorta di punto di incontro tra le parti sociali, ma quel ruolo non è mai stato rivestito.

La questione però è che quest’organo è previsto in costituzione, e anche se non fa nulla di utile bisogna tenerselo fino alla modifica costituzionale.

A mio parere la riforma fa una cosa corretta nel sopprimere il CNEL, non perché le sue funzioni teoriche siano inutili, ma perché sono meglio svolte da un ente simile vincolato da sole leggi ordinarie, in modo da poter essere modificato e adattato a seconda delle necessità e del cambiamento del contesto, senza dover toccare di continuo la costituzione.

Economia e lavoro nel dopoguerra sono cambiati radicalmente, e le nostre istituzioni devono riflettere questo cambiamento.

Verso il Referendum: Revisione del Titolo V

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Il secondo aspetto della riforma costituzionale è la revisione del titolo V. Al momento l’Italia ha un sistema con alcuni elementi di federalismo con la delega di diverse competenze alle regioni. La situazione attuale non è quella originariamente pensata dai costituzionalisti, ma è quella riformata nel 2001.

La riforma del 2001 ha il problema di non definire tutte le competenze: l’art 117 fornisce completa autonomia alle Regioni su tutti i temi non di competenza statale o concorrente. I temi di amministrazione concorrente sono i seguenti

Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale. Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato.

Cosa vuol dire nella pratica legislazione concorrente? Che se lo Stato o la Regione sono in disaccordo – ovvero quando una regione fa qualcosa che secondo lo Stato esce dai “principi fondamentali” – il processo legislativo si ferma e si aspetta un verdetto che stabilisca chi ha ragione.

Guardando la lista degli argomenti contesi è facile capire quanti problemi possa causare un simile sistema, e per questo la riforma toglie la competenza concorrente, e riporta nelle mani dello stato centrale una serie di competenze.

Io tendenzialmente sono federalista, ovvero vista la storia dell’Italia, e viste le differenze economiche delle varie regioni auspicherei che il nostro Stato sia decentralizzato. Il problema è che il decentramento deve essere vero, e non concorrente. Se si delega alle Regioni si delega alle Regioni, non si pretende di ragionare in modo comune a parte stabilire limiti di bilancio, e in determinati casi di giurisdizione per opere di interesse nazionale (in particolare le infrastrutture, e la rete elettrica).

La questione è che il federalismo, così come è stato disegnato in Italia, crea più problemi di quelli che risolve, e quindi in questo senso sono tendenzialmente favorevole al ritorno delle competenze allo stato centrale.

In parecchie materie, come la sanità, questa cosa mi causa non pochi dubbi e su altrettanti capitoli vedo Roma troppo lontana, e troppo legata a soluzioni a taglia unica che non funzioneranno correttamente una volta riportate sul territorio.

Il contrappeso a questo potere centralizzato è il nuovo Senato formato da sindaci e da consiglieri regionali: secondo me il termine Senato è inappropriato per definire le effettive competenze: lo vedo più come un tavolo Stato – Regione definito per quello che deve essere, e in grado di dare rappresentatività alle regioni. In questo senso per me la critica del “doppio lavoro” dei sindaci che diventerebbero Senatori non ha senso: i sindaci delle grandi città, così come i presidenti di regione, sono già a Roma molto spesso proprio per le questioni derivanti dall’attuale sistema federalista, o in generale perché il sindaco di una città come Milano (che da sola ha 7 volte gli abitanti del Molise) deve comunque coordinarsi continuamente con lo stato centrale. In questo senso è un bene che abbia una rappresentanza diretta.

Una delle cose che mi lascia perplesso però sono le regioni europee, ovvero quel sistema ancora in stato embrionale di macroregioni transnazionali che a mio parere dovrebbero essere uno degli strumenti principali dell’integrazione europea: in questo senso il lasciare allo Stato centrale le competenze dei rapporti internazionali con l’Unione Europea potrebbe rallentare o bloccare del tutto questo processo di integrazione regionale.

Riassumendo: a mio parere la situazione attuale è lontana dall’ideale; il mio ideale sarebbe un federalismo serio con competenze esclusivamente regionali; ma in una ottica generale di riforma posso accontentarmi del ritorno alle competenze centrali.

Verso il Referendum: Superamento del Bicameralismo Paritario

La parte centrale della riforma costituzionale è il superamento del bicameralismo paritario. Nel sistema attuale le leggi devono essere approvate sia alla Camera che al Senato, ma se ad esempio una legge venisse approvata al Senato, e poi venisse emendata alla Camera allora dovrebbe tornare al Senato per una nuova lettura e approvazione, dove potrebbe essere nuovamente emendata, e così all’infinito.

Penso sia questa la ragione principale dell’ingovernabilità del nostro paese: il Parlamento, che dovrebbe fare le leggi, si blocca troppo facilmente quando i Parlamentari fanno il loro lavoro, ovvero modificare le leggi in modo che possano essere più rappresentative della volontà popolare. In questo meccanismo solo il Governo – se sostenuto da una ampia maggioranza – è in grado di scrivere efficacemente le leggi, e di approvarle in tempi utili. Per farlo però deve ricorrere spesso al voto di fiducia, e deve blindare la legge nella seconda Camera svilendo completamente il ruolo dei parlamentari della maggioranza che si trovano solo a dover ratificare una legge senza poterla modificare magari inserendo un emendamento condiviso con parte dell’opposizione.

La presenza di questo sistema bicamerale, e la necessità di un passaggio costituzionale per modificarla, è stato a mio parere la scusa con cui per anni in Italia si è introdotto il premio di maggioranza: il premio di maggioranza – soprattutto se dato in maniera proporzionale al partito con la maggioranza relativa – è a mio parere un sistema errato per risolvere il problema di fondo del legiferare. Il sistema dei partiti naturalmente è felice di questo compromesso dato che il premio di maggioranza può funzionare solo con Partiti grossi e organizzati, eventualmente coalizzati con piccoli partiti personali (per esempio Mastella).

Per questo motivo penso sia corretto che sia solo la Camera ad avere la possibilità di fare legiferare, lasciando al Senato un ruolo diverso che vedremo nell’articolo sul Capitolo Quinto.

Il problema sorge però quando questa riforma costituzionale viene affiancata ad una legge elettorale con un premio di maggioranza: nel caso dell’Italicum come formulato oggi il premio di maggioranza verrebbe attribuito attraverso un ballottaggio tra i primi due partiti. Per quanto ritenga che questo sistema sia certamente migliore rispetto ai premi di maggioranza del passato lo ritengo comunque non ideale, dato che preferirei che la camera venisse eletta con collegi uninominali rappresentativi del territorio, o in alternativa con un proporzionale senza premio di maggioranza.

La questione fondamentale però è che le leggi elettorali vanno e vengono: se l’Italicum non piace il parlamento lo cambia, mentre l’opportunità di riformare il sistema legislativo non penso sarà discussa nuovamente nei prossimi 10 anni se il referendum dovesse avere esito negativo.

Dal lato opposto però non riesco a vedere quali benefici possano essere nel tenere il sistema bicamerale, se non per giustificare l’esistenza di governi forti che scrivono le leggi al posto del Parlamento.

Verso il Referendum

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Questa domenica 4 Dicembre dalle 7:00 alle 23:00 si voterà per decidere se approvare o meno la riforma costituzionale. Si tratta di un referendum costituzionale, quindi non è previsto un quorum come nel caso dei referendum abrogativi; se vincono i No la costituzione rimane come è ora, se vincono i Sì invece viene revisionata secondo il testo della riforma.

In questo ultimi mesi sia i sostenitori del Sì che quelli del No hanno caricato questo referendum di significati esterni ad esso, e riguardanti per lo più le conseguenze a breve termine in campo Politico (stabilità del Governo), ed Economico (investimenti stranieri ed Europa). Oltre a questo il referendum è stata ottima ragione di propaganda per i singoli partiti, e all’interno del Partito Democratico è stato motivo di scontro e distinguo per lo più tattici.

Vorrei prendere questa settimana per provare a ragionare serenamente, sgomberando il campo dalle conseguenze a breve termine e dalla propaganda politica, e vedere cosa cambia se si approvano le modifiche costituzionali. Naturalmente io parto da una mia opinione, e quello che scriverò penso la rifletterà adeguatamente.

Penso che questo passaggio sia importante per il paese e probabilmente i suoi effetti a lungo termine avranno una portata più lunga nel tempo di una semplice elezione del Parlamento. Penso che se passasse la riforma, avremmo una riforma, e se non passasse, in particolare con una grossa disparità di voti, allora determinati temi come il superamento del bicameralismo perfetto e del federalismo non potranno più essere affrontati politicamente, perché il popolo si è già espresso.

Per cominciare, questo è il testo del quesito

Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della Costituzione”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?

Domani cominceremo a vedere “il superamento del bicameralismo paritario”.

La Moda del Black Friday

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Oramai da almeno 3 anni si celebra anche in italia il Black Friday, la giornata americana di sconti che da inizio alla stagione natalizia.

Il Black Friday in america ha perfettamente senso: la festa del Ringraziamento è sempre di Giovedì (l’ultimo giovedì di Ottobre) e il venerdì successivo è per molte persone un giorno di vacanza (se non erro è anche giorno festivo di stato in diversi stati). Per questa ragione è stato facile capire come i vari negozi abbiano cominciato a far grossi sconti in quella giornata. Il fenomeno in USA ha proporzioni molto grosse e sconti molto grossi, almeno dagli anni ’90.

Poi sono arrivati gli ecommerce e lo shopping natalizio si è spostato in modo organico al lunedì successivo al ringraziamento: molte persone nei primi 2000 magari non avevano internet a casa, ma lo avevano in ufficio e da questo probabilmente nel primo lunedì lavorativo si sono concentrati gli acquisti, e gli ecommerce accorgendosi del fenomeno hanno dato una spinta creando degli sconti speciali per quello che viene definito il Cyber Monday.

Molti ecommerce spediscono in tutto il mondo e quindi la diffusione del Cyber Monday ha cominciato ad interessare anche europa ed italia. Con la diffusione di internet degli anni 2000 gli sconti online hanno cominciato ad interessare anche la giornata del Black Friday, e anche il termine Black Friday è diventato comune in Europa e Italia.

A questo punto penso che la spinta definitiva è stata data da Amazon che più o meno da quando è presente in italia ha cominciato a fare le sue offerte per il Black Friday in salsa tricolore: a questo punto anche gli altri ecommerce italianissimi non son stati a guardare, e qualche addetto marketing ha cominciato a ventilare l’idea di fare sconti in quella data.

Ma molti grossi ecommerce italiani sono altrettanto legati a catene di negozi, e quindi è facile capire come il black friday abbia cominciato ad interessare anche i negozi fisici. Da qui naturalmente anche gli altri negozi hanno preso l’occasione per fare una giornata speciale di sconti, ed eccoci qua: il Black Friday si celebra anche in Italia.

Il web marketing e il marketing guardano sempre all’america come esempio e ispirazione, anche perché è facile che gli operatori che abitano in italia conoscano l’inglese e quindi siano perfettamente in grado di imparare dall’esperienza degli americani, ma non ad esempio da quella dei Tedeschi: questa è una delle ragioni per cui la maggior parte delle feste commerciali che viene introdotta in questo paese è di derivazione anglosassone.

ho deciso di mettere momentaneamente in pausa la serie di post sugli aviazione della prima guerra mondiale.