Ghost in the Shell (1995)

Non si può fare una rassegna di film cyberpunk senza includere almeno un titolo di animazione giapponese. La scelta è caduta su Ghost in the Shell.

Con questo film voglio concentrarmi sull’estetica visuale, sui colori, e sui neon. Per questa ragione ho scelto la versione originale del 1995 e non la versione 2.0 dove i colori sono virati verso il giallo – arancione al posto che verso l’azzurro – verde.

Insieme a Blade Runner penso che questo sia il film che più abbia influenzato l’estetica di quello che oggi classifichiamo generalmente come cyberpunk, e anche di quella che sarà l’estetica di Cyberpunk 2077. I colori azzurro verdi dei neon e degli schermi dei computer a fosfori sono quelli che diventeranno iconici (al punto dal diventare quasi stucchevoli) con la trilogia di Matrix.

Nelle immagini è mostrata una enorme megalopoli futuristica ma decadente, ispirata più a Hong Kong che a Tokyo. La scena dell’aereo che sorvola la città, e molte scene dei canali sono tipiche di quella che era l’Hong Kong degli anni ’80 – ’90 (l’aereoporto di Kai Tak con il suo complesso avvicinamento che portava i Jumbo a sfiorare i palazzi chiuse appunto nel 98).

Molte delle armi sono reali o realistiche, e poche veramente eccessive (beh a parte il cannone portatile). Nessun laser, un sacco di mimetiche termo ottiche ed innesti cibernetici in praticamente qualunque persona.

Rispetto alle storie che abbiamo visto fin ora per la prima volta non abbiamo a che fare con le megacorporazioni, ma con i governi. Più esattamente abbiamo a che fare con due dipartimenti di sicurezza e spionaggio dipendenti uno dal ministero degli interni e uno dal ministero degli esteri.

A parte un livello di burocrazia molto più elevato e l’assenza della spregiudicatezza e degli eccessi delle megacorporazioni ispirate alle aziende rampanti degli anni ’80 americani il risultato del sostituire con le aziende con i reparti di un governo porta allo stesso risultato: azioni indiscriminate, segreti, e lotta di potere senza regole.

hackersGhost in the Shell è principalmente un film sul senso della vita, su cosa sia l’anima (il ghost, o spirito) e se le macchine possano essere o meno senzienti. Nel film (a seconda della traduzione) abbiamo diversi monologhi filosofeggianti che contengono anche una citazione dalla lettera ai Corinzi (11 – 13) che tra l’altro per qualche ragione è citata anche nel film Hakers dello stesso anno, e che pur essendo ambientato negli anni ’90 potrebbe entrare nella rassegna di film cyberpunk anche solo per l’estetica.

Ed è appunto solo l’aspetto estetico che voglio tenere in questo momento da questo meraviglioso film di animazione: perché nel mondo cyberpunk l’estetica è tutto.